ARQUATA DEL TRONTO — A quasi dieci anni dal terremoto che ha devastato il Centro Italia, a Pescara del Tronto — frazione di Arquata del Tronto — c’è ancora chi vive nelle Soluzioni Abitative di Emergenza e aspetta una casa vera.
È il grido di denuncia lanciato da Vinicio Paradisi, presidente dell’Associazione Pescara del Tronto, intervistato dal giornalista Luigi Miozzi per Vera TV.
“Dieci anni ormai sono passati e di ricostruzione ancora nulla”, afferma Paradisi, descrivendo una situazione di stallo che, secondo lui, continua a segnare profondamente la vita dei residenti. “Qui è tutto un deserto, tutto abbandonato. Non si vede una gru, mentre negli altri paesi qualcosa sta succedendo”.
Nel mirino finiscono soprattutto i ritardi sulle opere di urbanizzazione e di messa in sicurezza, considerate fondamentali per sbloccare la ricostruzione privata. “Ci chiedono di presentare i progetti delle case — spiega — ma sappiamo benissimo che finiranno in un cassetto, perché senza prima fare le opere di messa in sicurezza non arriveranno mai le autorizzazioni”.
Paradisi punta il dito anche contro la gestione delle risorse economiche stanziate dopo il sisma. Secondo il presidente dell’associazione, molti fondi sarebbero stati destinati a edifici poco prioritari o seconde case, lasciando indietro chi ha perso l’abitazione principale.
“È stato fatto arrivare un fiume di denaro nel cratere — dice — ma quei soldi spesso sono andati dove era meno necessario. Ci sono case finite e disabitate, mentre noi siamo ancora nelle casette”.
Parole dure anche nei confronti del sistema della ricostruzione, che secondo Paradisi avrebbe favorito tecnici e imprese più che i cittadini colpiti dal terremoto. “Qui si sono arricchiti tutti, tranne le vere vittime”.
La richiesta è chiara: una soluzione abitativa immediata, senza attendere i tempi lunghi della ricostruzione. “Noi vogliamo subito una casa, domani mattina. La ricostruzione farà il suo corso, ma intanto abbiamo diritto a vivere normalmente i pochi anni che ci restano”.
Un appello forte, che riporta al centro il tema delle comunità ancora sospese tra emergenza e ricostruzione, a dieci anni da uno degli eventi più drammatici della storia recente dell’Appennino centrale.
